venerdì 13 ottobre 2017

Spunti per un dialogo con la teologia queer

di 
Federico Ferrari 

Questo articolo nasce per rispondere ad uno stimolo proveniente dalla redazione di Nipoti di Maritain. Allorché ho letto che si cercavano contributi per il numero successivo della rivista, dedicata alle teologie queer, dovetti confessare a me stesso di non conoscere affatto questo filone della teologia contemporanea. Queer per me era solo un aggettivo sentito per la prima volta ai corsi di filosofia morale della mia università dove ero stato introdotto alla filosofia di Judith Butler in chiave critica da un docente di formazione tomista, il mio maestro Carmelo Vigna.
Questa filosofa era nota ai più come colei che voleva liquefare i generi sessuali nella specie umana, l’idea dunque di poter applicare l’aggettivo queer a Dio mi pareva inusuale e non del tutto perspicua. In che senso Dio poteva essere queer, ossia non un ente senza sesso come insegna la metafisica tomista, bensì di genere fluido? Decisi di colmare le mie lacune leggendo quello che, dopo alcune recensioni trovate su internet, appariva come il maggior contributo di questa corrente teologica disponibile in italiano, ossia Il Dio queer di Marcella Althaus-Reid, pubblicato dalla benemerita editrice Claudiana. Ero del tutto impreparato alla lettura di questo volume che trovai arduo e a tratti inintelligibile, e non m’era chiaro se ciò fosse unicamente un mio difetto o se piuttosto la scrittrice risulti poco comprensibile anche alla maggioranza dei teologi. Persino l’autrice della postfazione, Letizia Tomassone, dichiara infatti d’essersi trovata in difficoltà con la lettura d’un saggio così denso e ricco di riferimenti.
Il testo m’ha lasciato delle sensazioni contrastanti, e sebbene vi abbia trovato molti spunti di riflessione non posso nascondere le mie perplessità. Si ha l’impressione lungo tutto il volume che Dio sia solo un nome messo qua e là per parlare di tutt’altro, ossia delle teorie sociologiche dell’autrice. In tutto il libro le citazioni dei Vangeli si contano sulle dita due mani ed invece si parla continuamente del marchese de Sade, di Deleuze, di Klossowski, di Agamben, di Paulo Freire e di tutta un’altra serie di autori che, confesso, sentivo per la prima volta. Non mi sono ancora ripreso dalla spiacevole sensazione d’aver letto un testo di filosofia post-strutturalista anziché un testo sul Dio cristiano.
Fatta questa premessa è comunque indiscutibile che il modo in cui vengono trattati dai teologi queer alcuni temi tra i più noti del dibattito teologico contemporaneo sia una vera ventata di freschezza. L’autrice, racconta d’aver subito in prima persona l’esperienza dei regimi fascisti sudamericani, ed aver visto all’opera un’alleanza delle gerarchie ecclesiastiche con queste strutture di potere. Ciò di cui si rese conto è che tale alleanza trovava il massimo suggello e veniva veicolata tramite l’imposizione di una moralità misogina e patriarcale che, al pari del fascismo italiano, faceva del matrimonio l’unico modello di vita accettabile per una donna. L’Althaus-Reid in reazione a queste imposizioni è diventata una nemica sospettosa ed insofferente delle morali che tentano di controllare il corpo delle donne teorizzando di volta in volta quali sarebbero i comportamenti “indecenti” e dunque proibiti. Non è una novità dei regimi fascisti dell’America Latina che questo tipo di governi abbia sempre sposato una rigida visione familiare monogama, sponsale ed eterosessuale, che riduce la donna ad angelo del focolare ed è incapace di immaginare i corpi femminili come liberi di amare fuori dai modelli proposti dalla società.Per la teologia queer di matrice sudamericana dunque la ribellione sessuale, l’abbracciare pratiche che trasgrediscono i limiti dell’immaginario conservatore, è in se stesso un atto di ribellione politica. Avere un comportamento sessuale dissidente è infatti una sfida a quei regimi che di quest’oppressione della libertà sessuale hanno fatto uno dei propri tratti distintivi. Da qui il tentativo di trovare, nella Bibbia e nella storia della Chiesa, dei personaggi che, nella loro irrequietezza, continuassero ad oscillare dentro e fuori dai confini stabiliti dalle teologie maschiliste per i loro corpi. Che dire ad esempio di una Giovanna d’Arco, uccisa e giudicata relapsa dall’inquisizione perché trovata vestita da uomo nella sua cella, se non che questi guardiani della morale volevano controllare la pulzella di Lorena tracciando arbitrariamente dei confini per la “decenza” del corpo femminile?
Un esempio interessante di rilettura queer dei testi, che ho trovato veramente suggestivo ed esemplare del metodo di ribaltamento tipico di questi autori, è quello del modo in cui viene trattato l’episodio della distruzione di Sodoma. Mentre i teologi più progressisti tendono a voler liberare il brano da riferimenti all’omosessualità, dicendo che s’inganna chi vede nel fuoco celeste una punizione per gli atti omoaffettivi degli abitanti di Sodoma, l’autrice invece abbraccia in toto la lettura tradizionale per rovesciarla e fare di Jhwh l’imputato. Dio diventa una specie di perfido ufficiale della buoncostume, un Dio maschio monotono, perché capace di immaginare solo relazioni eterosessuali, che manda i suoi angeli a sterilizzare una città dedita invece all’amore libero. Com’è noto ai più una simile lettura oggi è considerata anacronistica, e gli esegeti sostengono che ciò che viene punito non è tanto la sessualità omoerotica dei sodomiti, ma il fatto che essa volesse esercitarci in un tentativo di stupro a danno degli ospiti di Lot. Il peccato di Sodoma non sarebbe dunque la sodomia ma l’essere venuti meno ai doveri di accoglienza facendo violenza ai propri ospiti. La lettura della Althaus-Reid inaspettatamente è più tradizionale, perché al pari di un Pier Damiani vede trattato nell’episodio non il tema dell’ospitalità violata ma il peccato contro natura, e proprio alla luce di ciò prende le difese dei sodomiti e attacca Jhwh.
Per quanto mi concerne invece, leggendo questa ricostruzione della scrittrice paradossalmente ho avuta una conferma ulteriore che il brano di Sodoma non vada interpretato come una punizione per l’omosessualità degli abitanti bensì come un castigo per il tentativo di stupro degli ospiti di Lot. Qualora infatti avesse ragione la teologa, e si trattasse veramente di un omicidio di massa perpetrato per punire una condotta sessuale, bisognerebbe davvero prendere le parti dei sodomiti contro questo Dio carnefice per motivi di buoncostume.
Se come cattolici possiamo anche non trovare sensato il matrimonio religioso tra persone dello stesso sesso, tuttavia il magistero cattolico condanna la violenza contro le persone gay. Ciò ci costringe a dichiarare ipso facto che se la punizione dei sodomiti fosse davvero dovuta al loro libertinaggio sessuale, allora Dio sarebbe da condannare alla luce dell’attuale Catechismo, che rigetta ogni azione violenta verso le minoranze sessuali. La moglie di Lot, che osa guardarsi indietro, rifiutandosi di distogliere lo sguardo dalla propria vita precedente, e perciò viene trasformata in statua di sale, viene paragonata dall’autrice alle madri di Plaza de Mayo a Buenos Aires. Queste mamme dopo la scomparsa dei loro figli uccisi dal regime perché dissidenti politici non si sono voltate per fuggire dal massacro, hanno osato guardare in faccia il carnefice per chiedere spiegazioni, e per questo, come la moglie di Lot, sono state a loro volta punite. Il regime non tollerava il coraggio del loro sguardo accusatore, che osava sindacare e denunciare il suo operato.
Il libro mi ha anche dato modo di pensare a quanto la teologia, attraverso il controllo dei corpi, si sia rivelata uno strumento di potere e dominio coloniale, ossia come la propagazione di alcuni modelli normativi in materia di genere e famiglia abbia avuto delle ricadute politiche e trasmetta una gerarchia sociale. A cosa si deve infatti il fastidio o addirittura il terrore dinnanzi ad un maschio che cerchi di uscire dai comportamenti, dalle pratiche, o dai vestiti che una determinata cultura prescrive al suo genere? Come mai ci sentiamo minacciati da un maschio che si presenti in chiesa o in una scuola vestito con una gonna? Ora, se c’è una cosa che l’antropologia e la filosofia sanno almeno dai tempi di Montaigne è che non esistono vestiti connaturati al maschile e al femminile, e che dunque ciò che una cultura attribuisce alle donne, un’altra può riferirlo agli uomini: basti pensare a quegli uomini in gonnella che sono gli scozzesi quando indossano il kilt. Perché allora un uomo che si mostri in gonna può irritare alcune persone e scatenare addirittura reazioni difensive di aggressione? Di solito reagiamo quando viene aggredito qualcosa che noi consideriamo importante per noi, ed è questo il caso. La nostra società ha modellato e costruito il nostro io all’interno di una logica binaria, dove noi siamo maschi in quanto siamo differenti dalle femmine: facciamo cose diverse e ci vestiamo diversamente. Motivo per cui vedere un uomo vestito da donna è un attacco alle fondamenta del nostro stesso Io, perché ci mostra che l’edificio su cui abbiamo costruito la nostra identità di maschi è friabile, ed è possibile per un maschio essere anche altro, ossia confondersi con l’altro genere. Ma questa operazione di continua disgregazione della nostra identità, che ogni volta dovrebbe essere seguita da una ricostruzione, è estremamente dispendiosa e faticosa per la nostra psiche.
Tuttavia il pericolo per la nostra psiche individuale da solo non giustifica l’aggressione dei conservatori verso il deviante che si vesta da donna. Il punto è che, nelle società a derivazione patriarcale come la nostra,la differenza tra maschi e femmine è anche veicolo di una gerarchia, quella gerarchia che per secoli ha voluti gli individui maschi superiori in quanto maschi e le femmine inferiori in quanto femmine. Ma questa gerarchizzazione presuppone per funzionare che la società delimiti bene i due ambiti, perché se è il fatto che l’identità maschile sia diversa da quella femminile a giustificarne la superiorità, allora l’uomo che trasgredisca il confine e si comporti come una donna è avvertito come un pericolo. Egli infatti denuncia col proprio agire che, se gli uomini possono assumere il comportamento e gli attribuiti solitamente incarnati dalle donne, allora forse non c’è questa gran differenza tra maschi e femmine, e, se questa differenza non c’è, la gerarchia basata su questa diversità viene a cadere. Ecco perché l’uomo vestito da donna non solo mette in crisi il nostro Io che s’è costruito come Io maschile in quanto contrapposto al femminile, ma per di più mette in pericolo tutte le fondamenta della società patriarcale, basata sulla superiorità del pater familias, legittimato nel suo ruolo in quanto diverso dalle donne. Catone il censore non sarebbe mai stato pronto a recepire la possibilità che, se uomini e donne fossero abbastanza simili, allora anche una donna potrebbe svolgere i compiti direttivi da lui immaginati come solo maschili.
Una lunga tradizione che va da Platone a Proudhon identifica nel patriarcato familiare il nucleo originario da cui si sviluppa il potere monarchico, la simbologia del padre come capo e padrone\custode si riverbera infatti in tutti i livelli sociali.  Il re è concepito da tutta la tradizione come “il padre” dei suoi sudditi, e Dio stesso è pensato come Padre e maschio. Il modo di esercitare il proprio potere verso noi suoi figli terreni è modellato su quello dei padri di famiglia umani, ossia amorevole ma al contempo non riluttante ad usare la verga, per raddrizzarci se non ci adeguiamo ai suoi progetti.
Se dunque la simbologia patriarcale della differenza dei maschi rispetto alle donne fonda la regalità umana e divina, allora mostrare con degli atti di comportamento transgender che non v’è differenza tra maschi e femmine scardina tutte le gerarchie sociali del potere maschile. Se il maschio non è differente dalla femmina, non c’è ragione che giustifichi né il pater familias, né il re, né il Dio che se deve comandare sarà maschio. Per questo un uomo in gonna disturba: quel traditore del proprio sesso non solo mette in dubbio la nostra idea che i maschi, e dunque noi, dobbiamo agire in una determinata maniera, ma mette pure in pericolo tutta la struttura sociale che sulla simbologia di questa separazione dei sessi s’è costruita. La norma che traccia un confine, in quanto norma, è cioè sempre un limite della libertà.
Quanto è meravigliosamente scandaloso dunque, sostengono i teologi queer, cercare di mettere in luce come nel nostro Dio e nella stessa storia della sua chiesa vi siano segnali di “debordamento” divino dai confini di genere, che emergono come iceberg dall’oceano, e richiedono la nostra attenzione. Che cosa significa ad esempio che il nostro Dio, come insegna l’inno kenotico di Filippesi 2, trasgredisce la separazione tra natura divina e umana svuotandosi della propria divinità? E che cosa può significare che questo Dio che si fa uomo resti celibe, rifiutandosi di iscrivere se stesso nel gioco della sessualità binaria umana, visto che nessun suo amore romantico per una donna c’è stato tramandato? Il cristianesimo sarebbe dunque una religione queer, nel senso che Dio stesso dà l’esempio supremo dell’attraversamento di ogni confine, abitando zone ambigue come quella di un uomo che è Dio, e di un maschio che però non costruisce la propria identità in quanto amante delle donne.
Noi cristiani meditando su queste ed altre ambiguità siamo invitati dai teologi queer a scoprire continuamente come i confini che pone la nostra mente non siano affatto solidi, e necessitino continuamente di essere attraversati, per ricostruire in uno sforzo perpetuo le nostre identità. Per essere liberi dobbiamo cioè impegnarci a sbriciolare e poi ricostruire ogni giorno le definizioni che mettiamo a fondamento della nostra persona. Questa ridefinizione di noi stessi passa attraverso pratiche di dissidenza e attraversamento dei generi più o meno spinte, che vanno dalle prime donne che osarono mettere i pantaloni fino alle pratiche di travestitismo più audaci e finanche all’adozione di comportanti poliamorosi, che cercano un senso della vita fuori dagli schemi egemonici imposti dalla società con le sue regole.
Per non essere frainteso vorrei puntualizzare che per accettare questa lezione della teologia queer non occorre sposare il punto di vista butleriano sulla liquefazione del genere, noto a livello popolare come “ideologia gender”. Questa tesi infatti, fatta propria dalla filosofa americana in almeno alcune parti della propria vita, vorrebbe che la biologia fosse irrilevante nella costituzione del carattere,e non vi fossero differenze di alcun tipo tra maschi e femmine. Ma non occorre abbracciare una tesi tanto estrema per capire che è stato un gran bene in passato, e sarà ancora un bene in futuro, la pratica di debordare ogni tanto da un genere all’altro. Infatti anche ammettendo, come ritengo ovvio, che ci sia una differenza caratteriale anche di matrice biologica tra maschi e femmine, è sufficiente riconoscere che essa è fondata solo a livello di media statistica. Se cioè in media i maschi sono più bravi delle femmine in matematica, e le donne più brave dei maschi in italiano, ciò non toglie che possano esistere ed esistano molte femmine più brave in matematica della media dei maschi. Nessuno dunque può scandalizzarsi o farsi turbare da una donna che si iscriva ad ingegneria. E similmente dire che ci sono delle differenze tra maschi e femmine che possono avere una base biologicanon impedisce di pensare che comunque molta parte dei “ruoli” attribuiti dalla società ai due generi sia invece di derivazione culturale. In particolare i vestiti “da maschio” e “da femmina” sono tra gli aspetti dei ruoli di genere frutto di una convenzione e che dunque non hanno alcun fondamento nella natura: per un indiano sioux i capelli lunghi sono un segno di virilità, e non di effeminatezza. Dunque l’invito è a non sentirci minacciati da chi voglia abitare lo spazio di una prolifica ambiguità, rifiutando di iscriversi all’interno di un’identità imposta dall’alto, al fine di mostrare che la nostra libertà è grande e che la vita può reinventarsi continuamente oltre i confini stabiliti da chi non ha una tempra sufficiente per sopportare un mondo magmatico e instabile. Non dobbiamo quindi essere terrorizzati, ma positivamente turbati ed interpellati a pensare, dalle vite queer di coloro che imitano il queering del Dio cristiano. Nessun Dio infatti ha scandalizzato i benpensanti che vivono di definizioni rigide come Gesù seppe fare coi farisei che lo ascoltavano, turbando e scompaginando le loro categorie. Cristo è l’incarnazione dell’ambiguità che siede sui confini e li supera. Egli è il Dio che è insieme uomo, il maschio che è tale senza avere una donna, e che dunque non costruisce la propria identità maschile come quella di quel genere che è tale perché ama le donne. Egli è santo, ma si circonda di prostitute e peccatori, è giudeo ma frequenta centurioni romani e samaritani, trasgredendo cioè continuamente confini identitari volti ad escludere l’altro da sé. Ed è stato crocifisso da coloro che, furenti, ieri ed oggi, non sono abbastanza forti per reggere un mondo senza steccati. 

sabato 7 ottobre 2017

Lettera pastorale del vescovo Gero Marino (Savona-Noli) - sintesi

Oggi 7 ottobre 2017 è la data scelta da Calogero “Gero”  Marino, Vescovo di Savona-Noli, per diffondere la sua prima lettera pastorale, che vuole essere “uno strumento di lavoro e di revisione di vita personale e comunitaria”.

Lo sguardo in uscita per spolverare la fede
Il messaggio si preannuncia evocativo già a partire dal titolo “Cominciando da Gerusalemme. Per ritrovare il filo della fede” e dal quadro “Il ragazzo e la luna” di Hopper posto in copertina. L’immagine illustra lo “spingersi oltre” che è desiderio di ciascuno e ricorda che l’“uscire è questione di sguardo”. Se è “lungo e largo, attento e profondo, attratto e attraente” non è una via di fuga, bensì apre nuovi squarci sulle periferie, partendo da una introspezione grata alle proprie radici. Marino si è recato recentemente in pellegrinaggio a Gerusalemme, che rappresenta il cuore della fede negli eventi pasquali. Da lì è necessario cominciare – vivendo sul filo dell’impossibile contro il disincanto di chi dà tutto per scontato o inevitabile – con la grazia del Risorto che permette di farne esperienza. La fede, da riscoprire e ritrovare sempre, necessita di un’ablatio – una pulizia da polveri e incrostazioni – in una riforma che restituisca la “nobilis forma” del volto sponsale della Chiesa.

L’essenzialità dell’annuncio che si fa misericordia
Il Vescovo invita a riscoprire l’essenzialità dell’annuncio cristiano; non semplicismo, ma profonda semplicità della verità evangelica che faccia risplendere la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù, il cui incontro trasforma la vita facendosi misericordia, che non può prescindere da casi concreti. Così la “Chiesa in uscita missionaria” (Evangelii Gaudium) non sarà uno slogan, ma uno “stile da imparare, per ritrovare freschezza”, prendendo il largo e custodendo l’entusiasmo essenziale. Più che sentinelle, dobbiamo essere esploratori coraggiosi e inquieti, cercando equilibrio tra l’urgenza del Vangelo e l’attesa paziente, ma capaci di cambiare stili, orari e linguaggi per contrastare la rassegnazione di fronte a strutture, norme e abitudini d’ostacolo alla gioia del Vangelo. Si esce “volta per volta e volto per volto”; si esce per passione, con ascolto empatico e senza pregiudizi, tra gli abbandonati, i dimenticati, gli imperfetti.

Per una fede umanizzante
La distinzione fondamentale non è tra credenti e non-credenti, ma tra fede umanizzante e fede alienante. “Il luogo della fede è la vita reale, nella sua laicità”: in essa la libertà deve si compromettersi con la Bella Notizia. È fondamentale il dialogo con le donne e gli uomini di oggi, con i loro linguaggi; la coscienza va formata con pazienza e impegno. In un paragrafo sul “cantiere-famiglia” si parla anche di un “percorso (a mio parere a dimensione diocesana) per l’eventuale riammissione alla comunione eucaristica dei divorziati risposati”, si invoca un “approccio pastorale” per le forme di unione stabile diverse dal matrimonio sacramentale e si preannuncia l’accompagnamento delle persone separate verificando la nullità dei matrimoni.

La contemporaneità di Gesù anche nella pastorale giovanile
La fede è atto libero – non è adesione intellettuale a verità preconfezionate – e anche nella pastorale giovanile va tenuta presente la contemporaneità di Gesù. Il vescovo invita pure chi non pratica o non crede ai lavori del Sinodo dei vescovi 2018 sui giovani, la fede e il discernimento. I giovani non sono uno strumento per le animazioni catechistiche, ma piuttosto il presente della Chiesa; vanno incontrati dove vivono – e Marino si impegna a farlo personalmente – rilanciando il loro invito ad uscire per raggiungere con l’annuncio i coetanei che già stanno fuori. Tra le proposte: l’educazione della coscienza e degli affetti, una Scuola di preghiera guidata dal vescovo e un luogo aperto di aggregazione giovanile.

La semplicità della Parola
Marino, senza celare il disagio nel curare la propria immagine, desidera incarnare una semplicità “senza pieghe, senza anfratti, trasparente”. La medesima semplicità è quella della fede, che vive in una società complessa, da raggiungere puntando all’essenziale: il Vangelo, che richiede una “conoscenza competente e amorosa”. La preghiera si educa incontrando ogni uomo – che è “ontologicamente un orante” e abitato dal Mistero – ma anche aiutandosi reciprocamente a scendere nel profondo. Corsi di conoscenza biblica, la lectio divina personale e comunitaria e la cura della Liturgia della Parola possono instradarci sulla via della preghiera.

Per una liturgia ospitale e di prossimità che unisca estetica ed etica
Tra i fili da ritrovare vi è quello della bellezza, spesso silenziosa, di Dio e della fede – “coraggiosa, corporea, capace di profezia” – che diventa gesto, coniugando estetica ed etica; vinciamo le tentazioni dell’estetismo e del musealismo. Rammentando il Convegno ecclesiale di Firenze, la riforma liturgica conciliare è vista come “una benedizione per le nostre comunità”, l’azione sacramentale è “una scelta missionaria di una Chiesa dalle porte aperte che incontra i lontani e trasfigura i luoghi dove accade” e deve essere soprattutto ospitale, di prossimità, tenera. Va evitata quell’ars celebrandi che rende le liturgie noiose, sciatte, pesanti, incomprensibili a troppi giovani, anche se non si hanno indicazioni per risolvere la bassa frequenza all’Eucaristia. Attenzione poi all’accoglienza verso chi non frequenta sempre la stessa Messa, ma è un cristiano cosiddetto “migrante e saltuario”; gesti, visite ed esperienze di fraternità possono sottolineare che la celebrazione della Domenica va al di là della partecipazione eucaristica.

Una fede operosa e gratuita, evitando l’attivismo
La fede – “modo di vivere che plasma il pensiero” – deve essere concreta. La credibilità dei credenti deve scongiurare il pericolo dell’attivismo; riscoprire la dimensione della libertà – che “non è fare ciò che si vuole, ma volere ciò che si fa” – può aiutare. Il vescovo apprezza il lavoro della Caritas diocesana, ne invita ad enfatizzare la funzione pedagogica, includendovi i giovani, chiede che i gesti profumino di gratuità e che siano condivisi pure “con persone di altre fedi o di nessuna fede”.

La dimensione ecclesiale verso il Sinodo diocesano 2019
Il Concilio Vaticano II ha aiutato il “risveglio della Chiesa nelle anime”: casa, famiglia, grembo vitale, realtà che riguarda tutti e da costruire insieme. L’entusiasmo post-conciliare – nonostante resistenze ed errori – è stato soppiantato da delusioni, disillusioni e stanchezze; distanze dolorose si sono riaperte, ma Papa Francesco è un dono per “riavviare cammini e accorciare distanze”, ravvivando “il tessuto ecclesiale della fede”. Va ritrovata un’appartenenza – “accogliere l’altro dentro di me” – effettiva e affettiva “alla Chiesa di Dio che è in Savona”, superando “individualismi e orticelli”, anche in ambito religioso. L’appartenenza è quindi necessariamente inclusiva di ogni singolo volto; a partire dalle realtà laicali presenti, ci si apra al coraggio del sogno di immaginare insieme forme diverse. Qui si propone un Sinodo diocesano nel 2019 da prepararsi mediante un cammino dal basso, con molti tavoli territoriali da 10 persone nelle case che si riuniscano mensilmente.

La trasmissione della fede
Dolcezza, rispetto e retta coscienza devono caratterizzare la testimonianza; evitando inutili sensi di colpa e rintracciando “il filo della fede adulta” possiamo diventare “cristiani maturi” e testimoni gioiosi della speranza. In questo cantiere aperto, si auspica una “comunione sinfonica” tra percorsi catechistici tradizionali e sperimentazioni, ad esempio la preparazione all’iniziazione cristiana offerta da AGESCI e ACR.

La rinascita ostinata del poligonio e il decalogo della fiducia
Il messaggio termina con l’immagine del poligonio, pianta in grado di rinascere ostinatamente quando nessuno se l’aspetta più – come la speranza evangelica – e con una sorta di decalogo su cosa sia il fidarsi in ogni fase della vita, senza l’ansie, con sobrietà e guardando “con interesse, stupore, amore al nuovo che avanza”. Le ultime parole del vescovo delineano “una Chiesa che ha il coraggio di mettere la propria tenda fuori dalle mura, per incontrare gli sfiniti dalla vita e i delusi dalla Chiesa, e camminare insieme, accettando il rischio della fede. Aiutiamoci a costruirla, giorno dopo giorno! Vi benedico con affetto, e chiedo a voi di benedirmi. Il Vostro Vescovo + Gero”. 

Questa sintesi, a cura del direttore Piotr Zygulski, non ha trovato spazio sui media nazionali che nei giorni scorsi si sono detti interessati alla Diocesi di Savona-Noli solo qualora ci fossero notizie di scandali.

lunedì 11 settembre 2017

Il senso dell'umano

di Lorenzo Banducci

E’ una riflessione amara quella che mi spinge a scrivere mentre il mese di agosto - e, con esso, la parte più rovente dell’estate - se ne è andato.
E’ stata una stagione densa di accadimenti nazionali e internazionali e in questo marasma di sangue, incertezza e morte che ci circondava, il nostro Paese è andato avanti grazie alla sua inesauribile bellezza e alla sua straordinaria forza.
Il pensiero che mi ha distolto dalla rilassatezza pacifica di questi giorni “persi in pigrizia”, come direbbe Guccini, scaturisce da una domanda: esiste ancora il senso dell’umano?

lunedì 17 luglio 2017

Nipoti di Maritain n. 04 è online!

È uscito il quarto numero di Nipoti di Maritain, che può essere letto gratuitamente e scaricato dal portale issuu.

L’editoriale questa volta, a un anno dalla nostra prima uscita, è stato scritto da Lorenzo Banducci, che ha rinnovato l'impegno per un dialogo inclusivo e aperto alle posizioni di tutti, per un confronto su tematiche che ci interroghino come cristiani nella nostra quotidianità. Più che fornire risposte, Nipoti di Maritain propone strumenti per sviluppare ulteriormente le domande e le provocazioni dalla quale traggono origine gli articoli. Resta al lettore la possibilità di interrogarsi in proprio sul suo vissuto di ogni giorno.

Il dibattito verte sul rapporto tra neuroscienze e teologia, sulla sfida del populismo e sul significato di cattolicità; tra le rubriche si segnalano due approfondimenti sul film Silence di Martin Scorsese.


Scoprilo qui al link https://issuu.com/nipotidimaritain/docs/nipoti_04  

sabato 3 giugno 2017

Call for papers - Nipoti di Maritain n. 05

Cari Amici, iniziamo a raccogliere gli articoli per il quinto numero della rivista di Nipoti di Maritain.



Di seguito i quesiti per partecipare al dibattito. 

Ambito etico/morale
« È possibile una santità, una spiritualità e una teologia queer? » 

Ambito politico/sociale
« Quando la ricerca della verità si trasforma in chiusura ideologica? » 

Ambito pastorale/ecclesiale
« Qual è il significato del termine "tradizione" e in che modo lo si può oggi proporre in una prospettiva ecumenica? »

Accettiamo i vostri interventi di risposta di massimo 1000 parole da farci pervenire all’indirizzo inipotidimaritain6@gmail.com entro il 30 settembre 2017.

giovedì 18 maggio 2017

Veglia di Firenze 17 maggio 2017

La nostra partecipazione alla veglia fiorentina del 17 maggio 2017 per le vittime dell'omotransfobia e di ogni discriminazione. 

Perché la benedizione di Cristo raggiunga i persecutori e tutte le vittime di discriminazione. Che sia per il loro orientamento sessuale, per la loro etnia, per il colore della pelle, per le loro convinzioni, per il loro credo. Invitati a comporre un'unica comunità, più ampia di ciò che possiamo pensare. Anche se ci sono persone che non capiamo, che non ci piacciono, e persone a cui non piacciamo. Saremo una sola comunità, connessa dal Tuo amore.

mercoledì 10 maggio 2017

Aderiamo alle veglie per il superamento dell'omotransfobia e di ogni discriminazione

Nipoti di Maritain aderisce all'IDAHOT - International Day Against Homophobia, Transphobia and Biphobia - patrocinando le veglie ecumeniche per il superamento di ogni discriminazione promosse in Italia dal Progetto Gionata​. Il tema sarà "Benedite e non maledite", riflettendo su Romani 12:14.


In Italia ci saranno iniziative nelle comunità cristiane di 
MilanoTriesteFirenze, Reggio Emilia, PalermoSanremoTorino
VareseBolognaParmaCarboniaCagliariPadovaPinerolo, GenovaGrosseto

Invitiamo tutti i nostri amici a prendere parte con coraggio agli eventi e alla preghiera. Per conoscere le date: https://inveglia.wordpress.com/2017/05/10/le-citta-dove-si-vegliera-interfaith-vigil-idahot-las-vigilias-2017/

Noi saremo presenti in rappresentanza mercoledì 17 maggio 2017 Firenze: la veglia inizierà alle 20.50 alla Madonna della Tosse (Largo A. Zoli), dal cui sagrato alle 21.30 partirà la processione per le vie cittadine sino al Duomo. 

Saremo accanto a Kairos – gruppo di cristiani LGBT di Firenze, Associazione LIBERA, Punto Pace Pax Cristi, Progetto Gionata, IVES di Pistoia, Parrocchia della Madonna della Tosse di Firenze, Parrocchia di S. Andrea in Percussina, la Comunità delle Piagge, la Chiesa Evangelica Valdese fiorentina, la Comunità delle Piagge, le Suore Domenicane Unione san Tommaso d'Aquino di Firenze, i Missionari Comboniani di Firenze, la Comunità Vetero-Cattolica di Firenze, la Comunità il Mulino di Vicchio, l’Associazione Rete Genitori Rainbow e tante altre realtà. 

mercoledì 26 aprile 2017

Testamento Biologico: per noi è una buona legge

a cura della Redazione

Non era sicuramente facile trovare una mediazione su un tema tanto delicato quale quello del testamento biologico in un Paese, come il nostro, nel quale vi è la tendenza immediata a rendere ogni battaglia subito ideologica e scollegata dalle vite reali delle persone. Stavolta i tempi sono stati maturi per questo storico passaggio e, alla Camera dei Deputati, con un’insolita maggioranza composta da PD e Movimento 5 Stelle, si è potuta approvare una legge che regola finalmente in modo equilibrato e serio il consenso informato e le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), tema su cui avevamo dibattuto nel numero 2 della nostra Rivista.
Era necessario coprire questo vulnus nel nostro sistema legislativo e ci auguriamo che questa norma possa essere approvata anche al Senato perché pone finalmente al centro del rapporto fra medico e paziente quella che è una vera e propria relazione di cura. Sia il consenso informato, sia le DAT infatti sono state concepite affinché davvero fra il malato e chi ha lo splendido compito di seguirlo si instauri una relazione piena e autentica basata sulla fiducia e sul rispetto reciproco.
Non possiamo dunque che essere in accordo con questa legge che prova a porre al centro il malato e la necessità di accompagnarlo in qualsiasi scelta egli decida di compiere all’interno del suo percorso terapeutico. Ci pare una legge in grado di combattere tre grandi rischi nei quali si incorre quando parliamo di “fine vita” e che sono:
1. L’accanimento terapeutico da considerarsi come un eccesso spropositato e ingiustificato nelle terapie somministrate a un paziente e a queste è corretto aggiungere anche idratazione e alimentazione artificiale, perché lo stesso Magistero riconosce che «in qualche raro caso l’alimentazione e l’idratazione possano comportare una eccessiva gravosità o un rilevante disagio fisico».
2. L’abbandono terapeutico da considerarsi come il lasciare solo il paziente nelle proprie scelte di cura, pericolo imminente se si assolutizza la sospensione di ogni trattamento.
3. L’abbandono dell’accompagnamento che si realizza quando nell’itinerario terapeutico del paziente vi sono troppe macchine e poche persone con il rischio che egli si senta davvero lasciato solo.
Importante infine rimarcare come all’interno della legge vi sia stato uno smarcamento netto rispetto alle forme di eutanasia vera e propria e di come, in ogni caso, il medico avrà la possibilità di porsi in una sorta di obiezione di coscienza rispetto alle richieste del malato, se ritenute incongrue, di fronte alle quali il medico non ha obblighi personali.
Certamente possono permanere alcuni dubbi sul contesto in cui è nato il dibattito, riacceso dalla dolorosa vicenda di DJ Fabo, subito cavalcata dai paladini dell’eutanasia attiva, che forse vedono questa legge come un “passo” verso quel macabro obiettivo. Così non è per noi, che invece potremmo considerarla – a patto che la si difenda in futuro da modifiche individualistiche ed estensive – come un freno ad ogni forma di suicidio, perché si pongono limiti, si esplicita la volontà del malato nel rapporto di alleanza terapeutica e della pianificazione delle cure, si tiene conto degli avanzamenti medici che permettono di discernere la situazione specifica, in accordo con il fiduciario. Oltre a ciò, oggi per i casi terminali esistono le cure palliative – sostenute dalla Chiesa – che questa legge potrebbe garantire ad un maggiore numero di persone, scoraggiando anche in questo modo il ricorso all’eutanasia, perché il paziente viene accompagnato sino agli ultimi istanti di questa vita terrena.
Ricordiamo il Patriarca Atenagora e S. Giovanni Paolo II che, da lucidi, rifiutarono la nutrizione tramite PEG e ulteriori ricoveri e vollero nascere al cielo cristianamente nel proprio letto, accettando naturalmente sorella morte senza legarsi irriducibilmente a questa vita con ogni mezzo; presto – si spera – tutti potrebbero anticipatamente esprimere questa volontà. Qualcuno potrebbe avere perplessità sul fatto che un conto è la volontà dichiarata quando si sta bene, un altro quella di quando ci si trova nella situazione specifica, ma la presente legge sembra offrire gli strumenti per esprimerla, per rinnovarla, modificarla o revocarla in ogni momento, anche attraverso dispositivi che consentono alla persona con disabilità di comunicare.
A noi preme soprattutto mettere al centro la dimensione comunitaria della vita del malato, quindi ben vengano cure domiciliari, terapie del dolore e ogni conforto spirituale, sulla falsariga delle Disposizioni sanitarie del paziente cristiano promosse dalla Conferenza episcopale tedesca congiuntamente con le Chiese evangeliche di Germania; a prescindere da tutto, nessuno deve essere abbandonato per poi invocare un presunto “diritto di morire”.
Ci appelliamo ad un dibattito meno arroccato sugli isterismi di parte, che ogni volta sappia precisare i termini della questione, evitando di intorbidire le acque parlando indistintamente di eutanasia, accanimento terapeutico, cure palliative, testamento biologico, suicidio assistito.  Le barricate non servono. Piuttosto, se proprio si vuole, si cerchi di mostrare con autorità scientifica perché sarebbe bene non rinunciare all'idratazione forzata, e la coscienza saprà discernere meglio, se formata e informata. Il punto sulla piena informazione è comunque parimenti presente nel testo approvato alla Camera. E si insista molto affinché i futuri LEA mettano in condizione di portare il malato terminale a casa con l'assistenza domiciliare, perché la dimensione umana, in una prospettiva personalistica – cioè dell’individuo in relazione con la comunità – non venga mai meno.
Da cristiani, ci inchiniamo allora di fronte al mistero della vita, della morte e della libertà, che è quanto di più prezioso, guardando innanzitutto ad ogni singolo uomo, che partecipa del corpo di Cristo, prima che alle sue scelte; siamo certi che Dio abiti in lui, nella sua coscienza e dignità. A noi, anche come cittadini, non resta che il compito di vigilare su come questa legge verrà approvata al Senato e soprattutto su come verrà applicata all’interno del nostro Sistema Sanitario.

La Redazione di Nipoti di Maritain

mercoledì 29 marzo 2017

Il direttore di Nipoti di Maritain intervistato dal Letimbro

Sul numero di dicembre 2016 del mensile "Il Letimbro" della diocesi di Savona-Noli, fondato nel 1892, è stata pubblicata l'intervista a Piotr Zygulski, direttore di Nipoti di Maritain. 


Nipoti di Maritain è uno spazio digitale "per far emergere la voce del laicato post-conciliare, maggioranza delle parrocchie, silente sul web", afferma Zygulski. 
"Nelle parrocchie a volte manca la volontà di approfondire in una prospettiva cristiana le questioni teologiche, politiche e sociali. E mancano gli strumenti. La rivista non è la risposta, ma una possibilità per queste esigenze, evitando che ci si chiuda nei riti fintamente 'di sempre' o ci si dissolva nella moda del momento".

Infatti, "il Signore ci ha chiesto di rendere ragione della nostra fede e ci ha dato lo spazio per accrescerla nel dubbio. Ed è tempo di servizio per la comunità". Nell'immagine, l'intervista completa.

mercoledì 22 marzo 2017

Editoriale - Nipoti di Maritain 03

Siamo giunti al terzo numero della nostra rivista e al primo del 2017: anche quest’anno saremo impegnati nella nostra missione di discernimento critico della nostra epoca alla luce del Vangelo e della razionalità umana, in spirito di fedeltà creativa alla Tradizione della Chiesa e in ascolto dei segni dei tempi. Rendiamo grazie a Dio che ci ha dato la forza e la perseveranza di continuare in questo servizio, nonostante gli impegni e la difficoltà di far uscire la rivista; speriamo di poter continuare ad offrire per molti altri numeri questa pubblicazione come luogo di riflessione filosofica, politica, teologica, sociale e culturale. 
La missione è quella di raccogliere i contributi di tutte le donne e gli uomini che si interrogano con spirito cristiano sugli angosciosi dilemmi della nostra epoca e tentano qualche modesta risposta: in questo numero, in particolare, abbiamo ascoltato alcune voci su tre scottanti temi quali il senso della genitorialità oggi, il futuro del progetto europeo e la commemorazione della Riforma protestante. I punti sono di stringente attualità ed è stato inevitabile che gli interventi fossero molto variegati, plurali e in alcuni casi anche molto lontani dalla sensibilità della redazione e di chi vi sta scrivendo. La caratteristica della nostra rivista è infatti la piena accettazione del pluralismo nella Chiesa e nella società: in una realtà ecclesiale e sociale, cosi lacerata da contrasti, Nipoti di Maritain si propone come porto franco in cui le posizioni più liberal e quelle più tradizionaliste possano incontrarsi, dialogare e arricchirsi a vicenda. Nessun sistema filosofico o teologico può pretendere infatti di cogliere compiutamente e definitivamente la realtà e non c’è errore così assurdo e irrazionale che non possegga qualche traccia di verità. Solo con il contributo di tutti, potremo lottare per una chiesa più giusta, più inclusiva, più eguale, più povera e più santa; solo con l’appoggio di tutte le esperienze potremo avanzare sulla via di una società di persone libere, uguali e unite da un sentimento di fraternità e solidarietà reciproca. Siamo quindi onorati (ed è per noi un piacere) di pubblicare gli articoli di chi accetta questo pluralismo e il metodo di ricerca condivisa della verità che abbiamo fatto nostro.
Passiamo adesso a delineare le tematiche che abbiamo accennato in precedenza e che costituiscono il cuore della rivista, per quanto le rubriche spesso siano altrettanto interessanti. Sul primo tema, ovvero: «Che cosa significa essere padri e madri nell’epoca del trionfo della tecnologia procreativa e dell’inverno demografico?» ci sono pervenuti quattro contributi che affrontano il problema da prospettive e angolazioni diverse e complementari. Il tema è delicato e affronta problemi che toccano in profondità sensibilità personali; mai come oggi, la genitorialità è un tema oggetto di violenti dibattiti ideologici. Il primo articolo di Davide Penna riflette sui vari modelli di paternità che emergono dalle Scritture e sull’assenza della figura paterna nel nostro tempo mentre il secondo del dottor Giuseppe Viola, di taglio più psicologico, è possibilista su forme di famiglia non tradizionale pur mettendo in guardia dal pericolo del narcisismo. L’intervento di Sara Mormile riflette invece sulla dimensione sempre più virtuale e disincarnata delle relazioni mentre il mio articolo tenta di delineare alcuni spunti per un’etica della procreazione non terrorizzata dalla tecnica.
Solo tre risposte sono arrivate al quesito sul futuro dell’Unione Europea. È un peccato visto la centralità del tema nel dibattito pubblico. Il primo articolo, di Christian Polli, sogna un’Europa unita dall’umanesimo di Erasmo; il secondo, di Daniele Laganà, è espressione di un sincero europeismo, sia pure mosso da un deciso conservatorismo cattolico; l’ultimo, di Giulio Saputo, rilancia il progetto di una federazione europea. Gli articoli sembrano in alcuni casi mancare di concretezza e di proposte tecniche, per quanto siano condivisibili le analisi critiche del progetto di integrazione europeo. Ad ogni modo, l’unità europea sarà un tema su cui avremo forse modo di tornare, in qualche forma, prima o poi anche in considerazione del fatto che il progetto di una federazione europea era un’ideale molto caro a Maritain.
Decisamente più ricca è la sezione dedicata all’attualità della Riforma; va detto che ahimè due articoli sembrano ignorare quasi completamente i grandi risultati del dialogo fra cattolici e protestanti degli ultimi cinquant’anni, segno della testarda resistenza di alcuni ambienti cattolici tradizionalisti alla sempre più forte comunione e unità in Cristo fra protestanti e cattolici. Molto interessante invece è la riflessione di Giuseppe Saggese che sottolinea la centralità di temi come il Diavolo e l’Anticristo nella spiritualità di Lutero e che evidenza la profonda religiosità orante del Riformatore. L’articolo di Andrea Bosio si sofferma sul tema ecclesiologico della Ecclesia semper reformanda, mentre Samuele Del Carlo rilegge le grandi affermazioni della Riforma nella sua prospettiva valdese.
Sono inoltre degne di considerazione anche l’intervista a Monsignor Buzzi, prefetto della Biblioteca Ambrosiana – a cura di Christian Polli – sul tema ecumenico, le riflessioni del nostro direttore Zygulski sul rapporto tra Maritain e Lutero e l’articolo di Emanuele Pili che offre una lettura cristocentrica dell’Extra ecclesiam nulla salus, seguendo la lezione di Tommaso D’Aquino. La tensione ecumenica della nostra rivista non sarà episodica, bensì una costante di tutti i prossimi numeri: l’impegno ecclesiale non è infatti un sezione particolare e occasionale della vita cristiana ma un metodo che abbraccia e attraversa ogni disciplina teologica, ogni forma di devozione e spiritualità.
A tal fine, ci impegniamo – nei limiti delle nostre possibilità – ad inserire come minimo un articolo scritto da un cristiano non cattolico in ogni uscita di Nipoti di Maritain: è importante che l’ecumenismo passi da passatempo di poche cerchie di intellettuali ad un impegno corale e costante di tutti i cristiani, sia come singoli, sia come chiese. Solo conoscendoci meglio, solo pregando assieme, solo testimoniando insieme al mondo la forza liberante della grazia, quella Amazing Grace che ha cambiato la vita di milioni di persone, al di là delle nostre dispute dottrinali (ormai limitate a questioni circoscritte della teologia dei sacramenti e dell’ecclesiologia) potremo progredire insieme e irresistibilmente, non per i nostri meriti ma in forza di un dono divino, verso una comunione e un’unità di menti, di cuori, di spiriti sempre più forte e irreversibile. 

Niccolò Bonetti, Nipoti di Maritain 03, pp. 6-8